Se potessi raccontarti. E riuscissi a farti capire. Solo una volta. Solo una dannatissima volta. L’ansia che ho dentro.
<<...Beh, avete avuto davvero molto coraggio a trasferirvi in Argentina nel '93, tu e tua madre. Vi capisco. Qui purtroppo non vi era rimasto più niente. Avete fatto la cosa migliore. La cosa più giusta. Poi mi fa piacere sapere che hai addirittura una bambina. Forse, alla fine, di tutti quei compagni di scuola tu sei quello che ha fatto più cose.
Ma sì, alla fine eravamo tutti bravi ragazzi. Quei tempi un po’ mi mancano perché forse riuscivamo a ridere di più. Ridevamo per qualsiasi cosa, per qualsiasi sciocchezza. Adesso è tutto così difficile. Se ci penso, un po' mi mancano, già.
Un abbraccio, sicuramente prima o poi ci risentiremo. E forse un giorno verrò pure a trovarti. Forse. >>
Dicono che guardando attraverso la croce si veda la luce.
Non saprei.
Io per il momento non ne vedo molta. Sarà che la mia di croce è troppo grande.
O forse sarà che non è neppure una croce vera e propria.
Magari è solo uno di quei piccoli simboli cristiani che si portano al collo da quando si è stati battezzati.
E magari sono io che non me ne accorgo. Chi può dirlo.
Quello che mi frega è che, grande o insignificante che sia, pesa davvero un casino.
Un pennarello rosso dalla punta asciutta
Un portachiavi smaltato trovato nelle merendine
Una vecchia stilo dal pennino ossidato
Un abbonamento a Topolino datato 1988
Una cartolina da qualche posto sulla riviera adriatica
Un tubetto di colla ormai vuoto da anni
Una foto ingiallita dal bordo tagliato a ricordarmi di come sarebbe andata
se fosse stato diverso/se fossi stato diverso
È un po’ come se la mia vita mi stesse scivolando dalle mani. Io provo ad afferrarla, o forse non ci provo abbastanza, o forse non ne sono capace, chissà.
Come quelle saponette bagnate che quando ti cadono, le riprendi in mano, e appena le stringi un po’ ti scivolano ancora nella maiolica bianca.
Sarà che sono proprio un anima fragile. Come cantava quel tale. Non quello che scriveva sul giornale. Quell’altro.
Intanto dalla rosa viola, vicino al muro, si vedono spuntare i primi boccioli. Non ne ho mai visti così tanti ai primi di aprile. Che sia un’ottima annata. Almeno per lei. Almeno.
Seduto in quel caffè, io mi bevevo un tè. Il barista dai tratti somatici tipicamente orientali sintonizzò la tv su di un’emittente cinese. Stavano trasmettendo un giallo.
La noia mi spinse a ricordare i tempi migliori. Come quella volta in cui, nel tentativo di emulare Steve Mc Queen, a Le Mans vinsi una ventiquattrore. La vinsi ad una pesca di beneficenza. Bella valigia, ma non ci stava dentro niente. Peccato.
O come quella volta in cui feci l’amore la prima volta con Tanisha, che all’epoca era la mia fidanzata russa. Nella sua dacia di campagna, decidemmo di amarci dentro al pagliaio. Mi bucai subito il culo con un ago. “Sarebbe stato più facile trovare la nonna del milite ignoto”, mi fece notare lei, con infinita dolcezza mista a rassegnazione.
Decisi di trasferirmi in Romania, in cerca di lavoro. “Sei arrivato tardi. Hanno delocalizzato tutto in Ucraina”, mi dissero. Andai in Ucraina. “Sei arrivato tardi, hanno ridelocalizzato tutto in Romania”. Il cerchio si chiude.
Inutile citare in questa sede il mio ingresso in Yamaha. Il primo giorno di lavoro, mi presentai col casco e la tuta da motociclista. Capii solo allora che non mi aveva assunto la "Yamaha motociclette" ma la "Yamaha strumenti musicali". Mi licenziarono perché dopo sei mesi non avevo neppure imparato a suonare il citofono. Pazienza.
Dando libero sfogo alle mie idee, feci il grande passo e mi misi in proprio. Certo, quel centro di abbronzatura in Senegal non fu un ottima trovata. E diciamo che il riciclarsi come gigolò in Lituania, forse, non ebbe troppo senso. D’altronde. Non tutti i buchi vengono con le ciambelle attorno.
Sulla strada di casa, sporco ed affamato, incontrai quel tale di cui ora mi sfugge il nome. Alto,dinoccolato, con barba e capelli lunghi, camminava sulle acque e moltiplicava i pani e i pesci. “I pesci sono finiti, però se vuoi ho ancora qualche micchetta”. “Temo che dovrò tenermi la fame, soffro di celiachia”.